Università degli Studi di Napoli Federico II

Facoltà di Medicina e Chirurgia

Dipartimento di Patologia Sistematica

Sezione di Dermatologia

Facoltà di Medicina Veterinaria

Dipartimento di Scienze Cliniche Veterinarie

Sezione di Clinica Medica

AMBIENTE  ANIMALI  E  CUTE

CORSO  TEORICO  PRATICO

6-7 dicembre 2002

 
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DERMATOLOGIA ACQUATICA: LE URGENZE

G. Angelini

Clinica Dermatologica, Università di Bari

 

Da sempre l’uomo ha voluto vivere in prossimità di ambienti acquatici e ancor più oggi, in un’epoca come la nostra, la "vita acquatica", sia pure per più o meno lunghi periodi di vacanza, rappresenta un’urgenza irrinunciabile. E’ questo il motivo per cui malattie e incidenti relativi all’ambiente acquatico sono aumentati di anno in anno, dando così rapido sviluppo alla Medicina Acquatica e quindi alla Dermatologia Acquatica. Il problema è che oceani, laghi, fiumi, stagni, piscine e acquari contengono numerosi organismi animali e vegetali che possono rivelarsi dannosi per l’uomo. Nel corso dell’evoluzione, infatti, numerose specie animali hanno sviluppato nei confronti dei loro predatori naturali meccanismi di difesa e offesa che si estrinsecano mediante punture e morsi spesso per mezzo di apparati veleniferi. Malauguratamente, questi meccanismi autoprotettivi vengono talora usati contro aggressori occasionali e spesso involontari, e cioè bagnanti e subacquei.

Le punture e i morsi velenosi di vari animali acquatici sono in grado di indurre non solo manifestazioni cutanee più o meno gravi, ma anche reazioni sistemiche severe con shock ed eventuale evoluzione fatale. Le varie ingiurie acquatiche sono spesso ignote al pubblico e mal conosciute dai medici. Pur tenendo conto dell’autorisoluzione di parte delle affezioni dermatologiche acquatiche, queste ultime nondimeno vanno tenute in debita considerazione. Il trattamento deve essere immediato e appropriato e deve essere eseguito già sul luogo dell’incidente. E’ bene comunque precisare che la fauna marina presente nei mari Italiani e nel Mediterraneo, a differenza di quella di altre aree geografiche, non annovera specie particolarmente dannose per l’uomo.

Gli organismi animali acquatici capaci di indurre malattie cutanee con meccanismo tossico o tossico-traumatico sono tantissimi; qui vengono presi in considerazione i danni e le urgenze da alcuni Celenterati e pesci mediterranei.

 

Reazioni da Celenterati

Le classi più comuni di Celenterati tossici sono quelle delle meduse (Schyfozoa), anemoni di mare o attinie (Anthozoa), coralli e fisalie (Hydrozoa). Questi animali hanno sulla loro superficie degli organuli microscopici (cnidociti o cnidoblasti) che contengono nel citoplasma un particolare corpicciolo, detto nematociste. Quando l’animale viene a contatto con un corpo estraneo, gli cnidociti espellono con violenza le nematocisti che penetrano nel corpo della preda iniettando tossine.

 

Le biotossine dei Celenterati, non tutte note dal punto di vista chimico, sono molte e sono capaci di indurre danni cutanei (istamina e suoi liberatori, 5-idrossitriptamina, inibitori delle proteasi, tetrametilammonio idrato) e sintomi sistemici soprattutto a carico dell’apparato respiratorio, cardiovascolare e nervoso (ipnotossina, talassina, congestina). Queste biotossine sono inattivate dal calore e digerite dagli enzimi proteolitici intestinali: per questo motivo i Celenterati possono essere ritenuti veleniferi e non velenosi in quanto innocui se ingeriti.

 

Le reazioni cutanee da meduse sono varie: la più comune è quella orticariosa localizzata di natura tossica, che può persistere anche per alcune ore. Sono possibili anche reazioni vescico-bollose ed edematose con sintomi soggettivi (prurito, bruciore, dolore) molto intensi.

Le reazioni da anemoni di mare sono invece usualmente più gravi ed estese, con lesioni bollose, necrotiche, pustolose ed intensamente edematose. I sintomi soggettivi e sistemici sono molto severi e possono necessitare di ospedalizzazione in ambienti di rianimazione. I motivi della più grave sintomatologia sono legati al fatto che, a differenza di quanto accade con le meduse, libere nell’acqua (il contatto consiste in genere nello sfioramento dell’animale), il contatto con gli anemoni di mare, attaccati al fondo marino, è al contrario molto "stretto", ad esempio quando ci si siede o ci si stende sugli scogli, oppure quando si nuota senza protezione adeguata in un campo di attinie.

 

Sia i danni cutanei da meduse che da anemoni di mare possono lasciare sequele più o meno importanti di tipo atrofico-cicatriziale.

Sia pure raramente, nel Mediterraneo è possibile l’incontro ravvicinato anche con le fisalie (caravelle di mare), idrozoi dotati di un corpo galleggiante e di lunghissimi tentacoli. In questa evenienza i sintomi cutanei e sistemici sono ancora più importanti rispetto a quelli da meduse e anemoni di mare.

Dal punto di vista terapeutico non esistono antisieri specifici per l’avvelenamento da Celenterati (ad eccezione che per la medusa Chironex fleckeri, non Mediterranea). Alcuni vecchi rimedi usati dai pescatori si rivelano sempre validi: aceto, urina, ammoniaca, formaldeide e ghiaccio. Bisogna evitare l’uso di acqua dolce, che, essendo ipotonica, fa scoppiare le nematocisti; si possono impiegare invece acqua di mare o acqua salata calda. I tentacoli vanno rimossi dalla cute con guanti spessi dopo averli agglomerati con sabbia, farina o talco. Nel caso sia colpito un arto, può essere impiegato un laccio emostatico. Oltre ai corticosteroidi topici, si usano corticosteroidi e antistaminici per via generale. Nei casi più severi è consigliabile l’ospedalizzazione.

 

Reazioni da pesci

Quelle più comuni sono indotte da razze o trigoni, tracine e scorfani. L’apparato velenoso di questi pesci è rappresentato dalla spina caudale nella porzione prossimale della coda della razza e dalle spine dorsali di tracine e scorfani. La gran parte degli infortuni è legata al calpestamento di razze e tracine (che si mimetizzano sotto un sottile strato di sabbia) e al maldestro maneggiamento degli stessi pesci.

 

Queste reazioni sono molto severe con sintomi soggettivi e sistemici spesso molto gravi, nonostante la ferita (ad eccezione di quella lacero-contusa da razza) sia in genere modesta e falsamente rassicurante. Il dolore è violentissimo; sono possibili lipotime e disturbi cardio-respiratori e neurologici.

La ferita va irrigata con acqua di mare. E’ necessario estirpare eventuali frammenti di spine. Nel caso sia colpito un arto si può usare il laccio emostatico. Esistono degli "aspiraveleno", pompe a forma di siringa che in una frazione di secondo provocano una depressione tale da estrarre buona parte del veleno. Essendo quest’ultimo termolabile, l’arto colpito può essere immerso in acqua la più calda possibile per 1-2 ore. In alternativa, l’estremità incandescente di una sigaretta può essere appoggiata sulla ferita per 5-10 minuti. In tutti i casi è consigliabile il ricovero per il trattamento sintomatico dei disturbi sistemici.

 

Si tenga conto del fatto che le spine e i pungiglioni rimangono velenosi per alcune ore dopo la morte dei pesci: è necessario quindi evitare di prendere gli stessi a piena mano quando adagiati sulla spiaggia o sulla barca. Presso le pescherie il rischio non esiste perché i venditori hanno l’obbligo di rimuovere spine e pungiglioni prima della vendita. E’ noto ovviamente che questi pesci possono essere degustati in piena tranquillità data la termolabilità del veleno.

 
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