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Università degli Studi di Napoli Federico II |
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Facoltà di Medicina e Chirurgia Dipartimento di Patologia Sistematica Sezione di Dermatologia |
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Facoltà di Medicina Veterinaria Dipartimento di Scienze Cliniche Veterinarie Sezione di Clinica Medica |
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AMBIENTE ANIMALI E CUTE CORSO TEORICO PRATICO 6-7 dicembre 2002
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I TEST
ALLERGOLOGICI C. Foti, A. Conserva Dipartimento di Medicina interna, immunologia e malattie infettive, Sezione di Dermatologia Università di Bari Gli animali, alla stessa stregua degli uomini, possono soffrire di molte patologie immunomediate. Infatti, malattie come la dermatite atopica, la dermatite allergica da contatto, l’allergia alimentare, l’orticaria e le reazioni da farmaci sono patologie immunomediate che colpiscono sia l’uomo che gli animali. I test allergologici servono per documentare l’eziologia di tali malattie e sono praticati su entrambi. In questo capitolo analizzeremo nei dettagli i test allergologici usati per la diagnosi della dermatite atopica (DA) e della dermatite da allergica da contatto (DAC), mettendo in evidenza che, nonostante non vi siano sostanziali differenze nei test allergologici che vengono eseguiti nell’ uomo e nell’ animale, vi sono notevoli differenze sugli apteni da testare. Dermatite da contatto Così come nell’uomo, anche negli animali la dermatite da contatto ha una frequenza piuttosto alta, compresa tra l’1 ed il 10%. La patologia in questione può avere natura allergica o natura irritante. Quest’ultima può essere causata da agenti irritanti cosiddetti forti (acidi ed alcali) o da agenti irritanti cosiddetti deboli. Negli animali la forma irritante è più frequente di quella allergica e, nei cani in particolare, l’induzione di quest’ultima e’ difficoltosa contrariamente a quanto si verifica nelle cavie, che sono addirittura utilizzati per stabilire il potenziale allergenico degli apteni. Negli animali come nell’uomo il sintomo principale della dermatite da contatto è rappresentato dal prurito. Le sedi più colpite dalla DAC in ambito veterinario sono le zampe, l’addome, le ascelle e, più in generale, le aree dove lo sviluppo dei peli è meno accentuato, oltre a quelle a contatto con il suolo. Altre sedi coinvolte sono le orecchie, a seguito dell’applicazione topica di medicamenti e il collo, conseguentemente al contatto con il collare. Obiettivamente, nella forma allergica si osservano eritema, desquamazione, croste, alopecia e lichenificazione; meno frequente è l’osservazione di lesioni vescicolari, frequentemente osservabili nell’uomo nella fase acuta della malattia. Nella forma irritante le lesioni caratteristiche sono quelle ulcerative. Nell’uomo, l’età di maggiore incidenza della DAC è intorno ai 30-40 anni, negli animali si sviluppa intorno ai 2 anni di età. I tets epicutanei rappresentano, sia nell’animale che nell’uomo, la metodica più appropriata per la diagnosi di dermatite allergica da contatto, in quanto permettono non solo di differenziare la forma da contatto allergica da quella irritante ma permettono anche la diagnosi eziologica della DAC. Mentre nell’uomo questi test sono relativamente facili da eseguire, nell’animale creano molti problemi di carattere pratico, soprattutto perché, come è ben noto, per essere significativi questi test necessitano di un’appropriata occlusione. Pertanto negli animali si ricorre raramente ai test epicutanei, preferendo isolare l’animale in una stanza finché sussistono i sintomi e, una volta cessati questi ultimi, riesporlo gradualmente a sostanze e prodotti vari. Comunque, laddove venga richiesta l’esecuzione dei patch test negli animali è necessario preliminarmente sottoporli ad uno shampoo o doccia per eliminare tutti i residui di contattanti dalla cute e dai peli, sospendere, così come nell’uomo, l’assunzione di corticosteroidi, fasciare le zampe ed applicare un collare elisabettiano al fine di ridurne i movimenti. Mentre nell’uomo i test epicutanei sono eseguiti usualmente sul dorso, nell’animale vanno effettuati in corrispondenza della parte anteriore del torace, che deve essere depilata almeno 24 ore prima dell’esecuzione del test. Nell’uomo esistono batterie di apteni standardizzate che variano da nazione a nazione ma che, fondamentalmente, contengono gli stessi apteni principali. Per gli animali, invece, non esistono batterie commerciali standardizzate e, quindi, per testarli si utilizza la serie standard europea con gli stessi veicoli e le stesse concentrazioni utilizzate nell’uomo. La lettura dei test, come nell’uomo, è eseguita a distanza di 48 e 72 ore dall’applicazione. L’interpretazione del test presenta le stesse difficoltà che incontriamo nell’uomo e, in particolare, presenza di reazioni falsamente positive, molto spesso legate ad autotraumatismi, difficilmente distinguibili da reazioni effettivamente allergiche nonché presenza di reazioni falsamente negative dovute alla difficoltà di mantenere correttamente in sede l’apparato testante. In ogni caso, nell’animale come nell’uomo, una volta individuata una reazione come positiva è opportuno stabilirne la rilevanza ovvero l’eventuale correlazione con la patologia in atto. I principali agenti responsabili di allergia da contatto nel cane sono rappresentati dal cromo e dagli apteni contenuti negli erbicidi, nei detergenti, nelle piastrine plastiche di riconoscimento per cani, nelle ciotole per l’alimentazione, negli insetticidi, nei collari antipulci ed antizecche, nei deodoranti, nonché nei farmaci per applicazione topica, con particolare riferimento agli antibiotici. Risulta invece non riportata in letteratura l’allergia da contatto al nichel che, come ben noto, è il principale allergene nell’uomo. In un recente lavoro, Hayasaki e Hattori dimostrano che è possibile indurre una sensibilizzazione a nichel e formalina nel cane; tuttavia il challenge deve essere eseguito con dosi di allergene inferiori a quelle utilizzate nell’uomo perché si possa elicitare una risposta allergica. Tale dose è stata quantificata nello 0,1 % per il nichel e per la formalina (nell’uomo le quantità utilizzate sono, rispettivamente, del 5% e dell’1%), mentre quantità superiori producono un’inibizione della risposta allergica. Questi risultati ci inducono a ritenere che la serie standard europea non è attendibile negli animali e che, per una corretta identificazione degli allergeni responsabili di DAC negli animali, sono necessari studi differenziati. Al fine di prevenire l’insorgenza di DC negli animali è consigliabile ridurre l’esposizione agli allergeni e alle sostanze irritanti. Pertanto, con particolare riferimento agli animali domestici, è opportuno utilizzare contenitori per cibo ed acqua in vetro ed in acciaio, detergenti e shampoo ipoallergenici nonché evitare di camminare su marciapiedi e sull’erba. Dermatite atopica L’atopia è una condizione ereditaria caratterizzata da una tendenza a produrre IgE. Nell’uomo le manifestazioni atopiche sono rappresentate dall’asma, dalla rinite allergica e dalla dermatite atopica. Nell’animale si tratta di una patologia abbastanza frequente, interessando dal 3 al 15% dei cani. Clinicamente l’ipersensibilità ad allergeni inalati, ingeriti o penetrati attraverso la cute si manifesta con la comparsa di prurito associato a lesioni cutanee, accompagnate o meno da manifestazioni a carico dell’apparato respiratorio; l’interessamento di quest’ultimo varia a seconda della specie di appartenenza. Per esempio, nei gatti solo occasionalmente si verificano episodi di rinite allergica, nei cani si hanno quadri di rinite e tracheite allergica, mentre nei cavalli si hanno allergie polmonari . Il meccanismo di elicitazione della dermatite atopica non è completamente chiaro tanto nell’animale quanto nell’uomo probabilmente perchè intervengono più meccanismi come un’alterata sintesi delle IgE, una disfunzione dei linfociti T-helper e degranulazione dei mastociti cui consegue il rilascio di importanti mediatori pro-infiammatori come le prostaglandine, i leucotrieni ed altri, che sono responsabili di alterazioni cutanee quali prurito, vasodilatazione, edema ed infiammazione. L’atopia canina può essere riconosciuta in ogni razza pura o incrociata, anche se in alcune razze essa ha un’incidenza particolarmente elevata. Il sintomo principale, come già ricordato, è il prurito che si manifesta precocemente tra l’uno e i tre anni, con l’eccezione di alcune razze in cui la sintomatologia si evidenzia prima o dopo la suddetta età. Nel determinismo di tale patologia cutanea assumono importanza le condizioni ambientali, con particolare riferimento alla collocazione geografica ed alla condizione climatica, data un’esacerbazione durante la stagione estiva in alcune specie canine. Le reazioni cutanee, così come la distribuzione delle lesioni, variano a seconda della razza, dei fattori individuali e del decorso clinico della patologia. La forma acuta è caratterizzata da eritema, escoriazioni e ipersalivazione, spesso associati ad intenso prurito come testimoniato dal comportamento del cane che si morde il corpo, si lecca le zampe e si strofina la faccia sul terreno provocandosi mutilazioni cutanee. La forma cronica è caratterizzata da alopecia, iperpigmentazione e lichenificazione, specie in alcune aree. Prurito e lesioni cutanee spesso sono localizzate sulla faccia (regione perioculare e muso), sull’orecchio esterno, manifestazione che può erroneamente indurre a diagnosticare un’otite esterna di natura non allergica, sulle pieghe flessorie dell’estremità distale e sulle aree interdigitali e, non infrequente, è il coinvolgimento contemporaneo di più aree cutanee. Alcuni cani possono sviluppare lesioni anche a livello addominale, ascellare, inguinale e perineale. Anche i gatti, seppure non frequentemente, soffrono di una patologia che è molto simile alla dermatite atopica dei cani; tale patologia si presenta talvolta con i medesimi sintomi individuabili nei cani e talvolta con sintomi differenti. Tra questi ultimi vanno segnalate lesioni nodulari sul corpo, ulcere sulle labbra, escoriazioni sul collo, placche eosinofile, granulomi lineari ed aree di alopecia. Nei gatti i problemi alle orecchie sono rari rispetto a quanto avviene nei cani.
Diagnosi di atopia Nell’uomo, per convenzione, la presenza di almeno 3 criteri diagnostici maggiori su 4 (familiarità atopica, eruzione cronico-recidivante, topografia ed aspetto clinico delle lesioni, prurito) e di 3 minori (xerosi, cheratosi pilare, dermatite delle mani e dei piedi, eczema dei capezzoli, cheilite, pitiriasi alba, reazioni cutanee di ipersensibilità immediata autorizzano a diagnosticare una condizione di atopia. Le indagini di laboratorio vengono effettuate per valutare il livello degli eosinofili e delle IgE totali o per ricercare IgE specifiche nei confronti di specifici alimenti, pollini o inalanti in presenza di positività ai prick test. Per la diagnosi di dermatite atopica nel cane, invece, si utilizzano i criteri diagnostici di Willemse, suddivisi in criteri maggiori e criteri minori. I primi comprendono il prurito, il coinvolgimento facciale o interdigitale, la lichenificazione della superficie flessoria delle articolazioni tarsali o della superficie estensoria delle articolazioni carpali, la presenza di dermatite cronica o cronico – recidivante, la storia familiare di atopia e la predisposizione razziale. I secondi sono rappresentati dall’insorgenza dei sintomi prima dei 3 anni di vita, dalla reattività cutanea di tipo immediato a vari antigeni, dall’aumento di IgE specifiche, dall’aumento di IgGd specifiche, dalla xerosi, da infezioni stafilococcihe recidivanti, da infezione recidivanti da Malassezia pachydermatitis, dalla congiuntivite recidivante bilaterale, dall’otite esterna bilaterale recidivante, dall’eritema facciale e cheilite e dalla sudorazione. I criteri maggiori sono indispensabili per la diagnosi; quelli minori, tra cui la risposta al test allergologico, servono da supporto alla stessa. Peraltro questi test (prick test, test intradermici e RAST), sia nell’uomo che nell’animale, quando positivi, danno solo indicazioni sulla presenza nel siero dell’animale degli anticorpi contro un determinato allergene, ma non provano che questi siano responsabili delle manifestazioni in atto. L’importanza di tali anticorpi puo’ essere quella di dare indicazioni sugli allergeni che hanno innescato le reazioni allergiche, per cui possono essere utilizzati nell’ambito dell’immunoterapia specifica o possono aiutare ad indicare gli allergeni da evitare. I test in vivo utilizzati per la diagnosi eziologica di tale manifestazione clinica sono i prick test e i test intradermici. I prick test rappresentano nell’uomo la principale metodica per la diagnosi delle reazioni IgE mediate. I vantaggi di questi test si riferiscono alla loro semplicità e rapidità di esecuzione, alla facilità di interpretazione, all’alta specificità, al minimo disagio per il paziente, alla scarsa frequenza di irritazione e, infine, all’elevata sicurezza (basso rischio di reazioni avverse). Gli svantaggi sono rappresentati dalla più bassa sensibilità e riproducibilità rispetto ai test intradermici. Nell’animale i prick test essenzialmente non vengono eseguiti per vari motivi, tra i quali si ricorda l’impossibilità di far restare fermo l’animale per almeno un minuto, tempo necessario a far penetrare l’allergene nella cute ed il ridotto spessore cutaneo. In letteratura esiste solo un caso aneddotico di un prick test effettuato in un cane, da cui si evince che era necessaria una concentrazione di allergene molto elevata per ottenere un risultato comparabile a quello ottenibile con il test intradermico. Quindi, a differenza di quanto accade nell’uomo, il test più utilizzato negli animali per la dimostrazione delle reazioni IgE-mediate è il test intradermico anche perché ad esso non conseguono reazioni allergiche gravi. Tale test viene effettuato nell’animale dopo opportuna sedazione e "wash out" da terapie corticosteroidee. L’esame viene effettuato su aree di cute sana, precedentemente depilata. Si inietta dapprima una piccola quantità di istamina; se non c’è reattività a tale sostanza, l’intero test è posticipato. Successivamente si inietta il controllo positivo, costituito da soluzione salina ed infine le varie sostanze da testare. I test intradermici per la diagnosi delle reazioni di ipersensibilità immediata nel cane sono tuttavia ben lungi dall’essere perfetti, data la scarsa conoscenza degli antigeni maggiori contro cui reagisce il cane che, tra l’altro, sono assai diversi da quelli dell’uomo e non ancora tutti identificati. Infatti, sono stati identificati antigeni solo per il Dermatophagoides farinae, in cui l’allergene maggiore è il DERf 15, che è sostanzialmente diverso da quello dell’uomo. La lettura dei test viene effettuata dopo 20 minuti e le reazioni sono valutate con una scala da 0 a 4, dove 0 corrisponde alla reazione uguale al controllo negativo e 4 al controllo positivo. Ogni reazione maggiore o uguale a due è considerata positiva, se presenta eritema, edema ed infiltrazione. Un test intradermico può dare risultati positivi ed eziologicamente significativi o risultati falsamente positivi a seguito dell’applicazione del test mediante tecniche inappropriate che possono provocare irritazioni cutanee. Ancora, i risultati possono essere realmente negativi o falsamente negativi a causa dell’esecuzione del test in maniera non appropriata, della bassa concentrazione di allergeni maggiori, delle interferenze medicamentose, di una non corretta selezione degli allergeni o, infine, a causa della loro effettuazione in periodi dell’anno lontani dal picco stagionale. I test in vitro utilizzati mirano alla ricerca delle IgE specifiche, dato che la ricerca delle IgE totali sieriche non è utile per diagnosticare uno stato atopico né nell’uomo né nell’animale adulti; tuttalpiù possono risultare utili nell’uomo e nell’animale al di sotto di un anno d’età per identificare bambini ed animali "allergy prone". La ricerca delle IgE specifiche può essere effettuata, nell’uomo come nell’animale, con tecniche immunoenzimatiche (ELISA) o radioimmunologiche (RAST). Il RAST è utilizzato per la ricerca delle IgE specifiche nei confronti di un determinato allergene. Quest’ultimo è, in genere, copulato al "sephadex" ed a questo si aggiunge il siero del paziente. Le IgE legatesi all’allergene sono messe in evidenza con anticorpi anti-IgE radioattivi. Nella metodica ELISA l’antigene da svelare viene coniugato ad un supporto, ad esempio il fondo di un pozzetto delle piastre di titolazione e, quindi, lasciato incubare con l’anticorpo specifico. A questo punto si aggiunge l’antigene noto, coniugato all’enzima e, infine, il substrato dell’enzima. Se la reazione è positiva significa che l’anticorpo ha reagito con l’antigene coniugato al pozzetto e, quindi, il complesso antigene–enzima, non avendo reagito con l’anticorpo specifico, è in grado di attaccarsi al substrato e dare luogo al prodotto di reazione; se invece l’antigene da svelare non reagisce con l’anticorpo, quest’ultimo si legherà al complesso antigene–enzima e, quindi, il substrato non verrà fissato, comportando una reazione negativa. Tali metodiche convenzionali, utilizzabili nell’uomo, in realtà possono essere causa di reazioni falsamente positive nell’animale, dato che gli anticorpi anti–IgE dell’animale possono cross reagire con gli anticorpi IgG oltre che IgE, le prime presenti nel siero dei cani in concentrazioni fini a mille volte superiori alle IgE, con il verificarsi di reazioni falsamente positive. Per ovviare a questo inconveniente sono stati condotti studi scientifici che hanno portato un gruppo di ricercatori all’introduzione di un metodo che sfrutta i principi della tecnica ELISA, utilizzando un recettore per le IgE presente sui mastociti e sui basofili. Tale recettore (FcÎ RI) è costituito da tre subunità proteiche, una delle quali è extracellulare e possiede un sito specifico per la porzione Fc delle IgE. Questa porzione viene utilizzata come marker specifico per le IgE in virtù della specifica reattività per il recettore IgE ad alta affinità. In particolare, l’antigene da svelare è collegato ad un supporto su cui, successivamente è aggiunto del siero; sia le IgE che le IgG contenute nello stesso si legano all’allergene. In un secondo momento è aggiunto il complesso FcÎ RI-enzima, che lega solo le IgE. Infine si aggiunge il substrato dell’enzima che sarà responsabile di variazioni di colore valutabili colorimetricamente o spettrofotometricamente. In uno studio condotto su 300 cani atopici e su 66 cani normali si è evidenziato che questa metodica ha una sensibilità dell’86%, una specificità del 92%, un valore predittivo positivo dell’89%, un valore predittivo negativo del 90%, con un grado di accuratezza pari al 90%. Questa metodica è utile per i cani ed i gatti, mentre non è ancora comprovata la sua efficacia nel cavallo. Si può quindi concludere che i test comunemente utilizzati nell’uomo non sono sempre applicabili nell’animale. La ricerca in ambito veterinario va approfondita al fine di ottenere metodiche specifiche, di facile esecuzione, non rischiose per l’animale e di costo ragionevole, che consentano una diagnosi più precisa delle dermatosi immuno-mediate , facilitando così la diagnosi differenziale con altre patologie che spesso colpiscono l’animale e il cane in particolare tra cui le piodermiti, la ipersensibilità alla morsicatura di pulci e la dermatite da Malassezia pachydermatitis.
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