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LA LEISHMANIOSI
CANINA:
EPIDEMIOLOGIA,
CLINICA E TERAPIA
G. Oliva
Dipartimento di
Scienze Cliniche Veterinarie
Università di
Napoli Federico II
La leishmaniosi canina è una patologia protozoaria
causata da Leishmania infantum, trasmessa da ditteri ematofagi
(flebotomi), che coinvolge il sistema reticolo-endoteliale, in forma più
frequentemente subacuto-cronica. La malattia è la conseguenza di una
"lotta armata" tra il sistema immunitario dell’ospite e i meccanismi di
evasione del parassita, che quasi sempre assicura la sopravvivenza del
protozoo e la sua diffusione tra la popolazione degli ospiti (uomo, cane).
Il trattamento terapeutico della leishmaniosi è stato
oggetto di numerosissimi studi; l’interesse degli studiosi per questa
malattia, largamente diffusa tra la popolazione umana in quasi tutti i
continenti (circa 12.000.000 di casi umani con 1.000.000 di persone nuove
infette ogni anno), è amplificato dal fatto che il serbatoio più attivo
nella diffusione della forma viscerale umana è il cane, animale la cui
funzione sociale è senza dubbio di primaria importanza in molte parti del
mondo. Nonostante il progredire degli studi epidemiologici, la reale
incidenza della leishmaniosi canina non è a tutt’oggi conosciuta, anche se
vi sono segnalazioni di focolai in alcune regioni italiane (compresa la
Campania) spagnole e greche nei quali la prevalenza dell’infezione
raggiunge il 30 – 40 %, con punte, in alcuni casi, del 70%. Il controllo
della malattia nel cane, quindi, insieme alla lotta ai vettori,
rappresenta il mezzo più valido per salvaguardare la salute umana, oltre
naturalmente a preservare quella degli animali colpiti. Un profondo motivo
di riflessione è dato dal fatto che, com’è ampiamente noto, le persone
immunocompetenti che si ammalano, guariscono completamente in seguito a
terapia specifica, a differenza di quanto accade nel cane nel quale le
recidive sono un evento costante, indipendentemente dalla sostanza
utilizzata. Il farmaco ideale dovrebbe avere un’azione leishmanicida e/o
immunomodulatrice così da consentire l’eliminazione del parassita mediante
l’aiuto del sistema immunitario dell’ospite. Dovrebbe inoltre essere
caratterizzato da bassa tossicità, scevro da effetti collaterali, facile
da somministrare e da reperire in commercio.
Il veterinario quindi, allo stato attuale, si trova a
dover affrontare una zoonosi già di per sé molto complessa e ancora poco
conosciuta, praticamente inguaribile, della quale non conosce nemmeno la
reale incidenza e per la quale, per motivi di ordine etico, non sono
proponibili le misure di polizia veterinaria attuabili in altre malattie
degli animali trasmissibili all’uomo (stamping out).
Il notevole polimorfismo dei quadri clinici della
malattia riflette le svariate combinazioni che possono realizzarsi in
virtù della diversa virulenza dei ceppi di leishmania in causa e le
condizioni immunitarie dell’animale, queste ultime probabilmente
predeterminate da fattori genetici, del tutto sconosciuti in questa specie
animale.
In base alle manifestazioni cliniche, i soggetti
leishmaniotici, con buona approssimazione, vengono classificati in
asintomatici (resistenti o in fase pre-clinica), oligosintomatici,
sintomatici e marcatamente sintomatici. Fino ad alcuni anni orsono, la
maggior parte dei veterinari era concorde nell’eseguire il trattamento
terapeutico specifico esclusivamente nei soggetti che manifestavano segni
clinici di malattia, compresi gli squilibri dei parametri di laboratorio,
in particolare le alterazioni del quadro sieroproteico (iperproteinemia,
alterato rapporto albumine/globuline), e le cui funzioni organiche, prima
fra tutte quella renale, non fossero irrimediabilmente compromesse. In
base alla sola classificazione clinica, infatti, gli animali asintomatici
non sempre venivano sottoposti a chemioterapia, specialmente quando i loro
titoli anticorpali erano molto bassi o al limite della positività.
Esaminando più in dettaglio la situazione di questa particolare classe di
animali, ci si può rendere conto di come il solo inquadramento clinico/sierologico
non sia sufficiente a farci comprendere il loro stato immunitario nei
confronti del parassita. Com’è noto, infatti, dal punto di vista
immunitario, i cani leishmaniotici vengono distinti in due grossi gruppi
(distinzione peraltro non sempre rispondente alla realtà, almeno in
maniera così schematica): soggetti a risposta tipo Th1 e soggetti a
risposta Th2. I primi, sono quelli che hanno una buona protezione
cellulo-mediata e riescono a tenere sotto controllo l’infezione (titoli
anticorpali molto bassi) e a non sviluppare malattia; i soggetti
appartenenti al secondo gruppo, invece, sono caratterizzati da una
risposta immune di tipo umorale, (titoli anticorpali alti) non protettiva,
che quasi sempre esita in manifestazioni cliniche tipiche della patologia.
Un animale asintomatico, quindi, potrebbe essere un soggetto geneticamente
resistente ma anche un soggetto in fase molto precoce d’infezione e
destinato a sviluppare la malattia. La risposta di tipo Th1, inoltre, non
deve essere intesa come uno stato fisso ed immutabile: numerose
situazioni, infatti, tra le quali vanno annoverate soprattutto le malattie
intercorrenti tipiche delle zone endemiche (ehrlichiosi, epatozoonosi,
babesiosi, filiariosi) possono determinare lo "switch" Th1/Th2 e quindi la
comparsa della sintomatologia. Ancora oggi, purtroppo, i test che
permettono di distinguere le due classi di animali (test intradermico con
la leishmanina, test di stimolazione linfocitaria, determinazione delle
varie citochine), non sono eseguibili routinariamente, soprattutto su
larga scala, per cui, nel dubbio, le indicazioni più recenti consigliano
di trattare tutti gli animali nei quali sia dimostrabile il parassita.
Purtroppo, il rischio di questa semplificazione è quello di sottoporre a
terapia anche gli animali "naturalmente resistenti", nei quali lo stesso
trattamento potrebbe risultare in qualche maniera negativo, alterando
l’equilibrio ospite/parassita. E’ utile insistere sul fatto che la
chemioterapia antileishmania debba essere eseguita solo negli animali per
i quali la diagnosi sia di certezza: in altri termini, i titoli
anticorpali uguali o inferiori a 1:80 – 1:160 (IFAT), in assenza di
dimostrazione del parassita, pur in presenza di segni clinici di malattia
(nessuno dei quali patognomonico), non giustificano l’inizio della
terapia. In questi casi, infatti, è utile ripetere il test sierologico
30-60 giorni dopo la prima diagnosi di sospetto.
Lo sviluppo di nuovi protocolli terapeutici per il
trattamento della leishmaniosi canina è una delle sfide più affascinanti
nel settore della ricerca veterinaria. Lo scopo della terapia
antileishmania, vista l’impossibilità di eliminare il parassita, assume un
duplice aspetto: da un lato diminuire la carica parassitaria degli animali
e di conseguenza renderli serbatoi potenzialmente meno attivi, dall’altro
favorire la risposta immunitaria cellulo-mediata. E’ stato osservato,
infatti, che nella maggior parte degli animali ammalati, il trattamento
terapeutico favorisce lo switch della risposta immunitaria dal tipo Th2 al
tipo Th1; a conferma di ciò sono i risultati di un lavoro recentissimo,
nel quale è stata dimostrata la necessità dell’interleuchina 4 (IL4),
citochina tipica della risposta di tipo Th2, per l’efficacia della
chemioterapia antileishmania. Come già accennato in precedenza, purtroppo,
mancano dati certi e a lungo termine sugli effetti della chemioterapia sui
cani asintomatici caratterizzati da un pattern citochinico di tipo Th1. E’
da tenere in conto, inoltre, che la maggior parte degli studi di tipo
immunologico in corso di leishmaniosi viene condotta in topi (spesso
geneticamente modificati) infettati sperimentalmente; è inevitabile,
pertanto, che i dati ottenuti non siano sempre corrispondenti a quanto
succede nei cani che contraggono l’infezione e la malattia in condizioni
naturali. I protocolli terapeutici più frequentemente utilizzati in Italia
sono quelli che prevedono l’impiego dell’antimoniato di N-metilglucamina (Glucantim)
in combinazione con l’allopurinolo o con l’amminosidina, con dosaggi e
tempi di somministrazione molto variabili.
I tre farmaci precedentemente citati spesso vengono
utilizzati in monoterapia. Farmaci considerati "alternativi" sono
l’amfotericina B (classica o liposomizzata), la pentamidina, il
chetoconazolo e il metronidazolo; ancora in fase di sperimentazione sono
la miltefosine, l’atovaquone e alcuni chemioantibiotici quali la
spiramicina e i chinolonici. Vengono riportati di seguito alcuni esempi di
schemi terapeutici desunti dalla letteratura:
Allopurinolo:
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20-30 mg/kg
BID, per os, per 1 mese in associazione con Glucantim (75 mg/kg BID, s.c.),
poi per 12 mesi come terapia di mantenimento (Ferrer, 1997);
-
15 mg/kg BID,
per os, per 1 mese in associazione con Glucantim (100 mg/kg/die, s.c.),
poi per 8 mesi come terapia di mantenimento(Denerolle, 1999);
-
10 mg/kg/die,
per os, per 2-24 mesi (Cavaliero, 1999).
Antimoniato di N-metilglucamina:
-
50 mg/kg,
BID, s.c., per 1-2 mesi o fino a normalizzazione del quadro clinico
(Oliva, 1998);
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75-100 mg/kg,
BID, s.c., per 2-3 mesi (Pennisi, 2000).
Amminosidina
-
5,25-10,5
mg/kg, SID o BID, s.c., per 3 settimane (Persechino, 1994; 1995)
-
10 mg/kg,
SID, s.c., per 4 settimane (Poli, 1995)
-
10,5 mg/kg,
SID, s.c., per 3 settimane, in associazione con Glucantim, 50 mg/kg,
BID, s.c., per 1 mese (Oliva, 1998).
Amfotericina B desossicolato
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0,5-0,8 mg/kg, e.v., ogni 2-3 gg, fino a una dose
totale di 8-15 mg/kg. Sospendere quando la creatininemia superi i 2,5
mg/dl (Lamothe, 1997)
-
1-2 mg/kg, e.v., 1-2 volte alla settimana, fino ad
una dose cumulativa di 8-12 mg/kg, di una soluzione ottenuta mescolando
50 mg di Amfotericina (diluita in 10 ml di acqua distillata sterile) +
30 ml di Intralipid 10% (Lamothe, 1999);
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0,2-0,3 mg/kg (1a e 2a dose), poi 0,4 mg/kg (3a – 30
dose), SID, e.v., a gg alterni (Delgado, 2000, dati non pubblicati).
Amfotericina B microincapsulata nei liposomi (AmBisome)
-
3 mg/Kg, SID, e.v., per 5 gg consecutivi + una
singola dose dopo 10 gg dall’inizio del trattamento (Oliva, 1995).
Pentamidina
-
4 mg/kg, SID, i.m., a gg alterni, per 1 mese (Lamothe,
1999).
Un punto fondamentale che bisognerebbe prendere in
considerazione nella scelta terapeutica è la valutazione del potere
infettante residuo dei soggetti trattati: nella maggior parte dei casi, i
cani leishmaniotici trattati restano comunque un serbatoio attivo, spesso
portatori di ceppi di leishmania chemioresistenti in virtù dei trattamenti
indiscriminati.
Allo stato attuale, purtroppo, risulta impossibile
verificare il potere infettante di tutti i cani trattati mediante l’uso di
flebotomi (prova biologica), e l’eventuale presenza in essi di ceppi
resistenti.
L’attenzione degli studiosi che si interessano
dell’argomento è oggi rivolta verso due nuovi campi: l’immunoterapia e la
profilassi vaccinale, senza naturalmente trascurare l’interessantissimo
filone di ricerca volto alla messa a punto di sostanze utilizzabili nei
confronti dei flebotomi. Gli immunomodulanti specifici sono delle sostanze
(in genere proteine) prodotte dallo stesso agente eziologico che si vuole
contrastare, sia esso una cellula tumorale o un microrganismo, e che hanno
un evidente ruolo nello stimolare una risposta protettiva specifica in
soggetti "responder". Nel campo della leishmaniosi sono stati già
individuati e selezionati alcuni antigeni capaci di evocare in alcuni
animali di laboratorio (si spera anche nel cane) una risposta immunitaria
protettiva, o consentire la guarigione di quelli ammalati. Altre strade
percorribili sono quelle che prevedono l’impiego di linfochine "positive"
(interferone gamma, interleuchina 12), da utilizzare a scopo profilattico
o terapeutico. Diversi esperimenti vaccinali sono in corso in varie parti
del mondo, sia nell’uomo che nel cane, anche se, almeno per quanto
riguarda la specie canina, pur in presenza di risultati parziali
apparentemente positivi, non sono stati ancora messi a punto dei
protocolli utilizzabili nella pratica professionale. E’ auspicabile che,
nel prossimo futuro, la combinazione tra la terapia farmacologica dei
soggetti ammalati, la profilassi vaccinale di quelli indenni e
l’applicazione su larga scala di misure di lotta ai flebotomi vettori,
porti ad un controllo sempre più efficace di questa temibile zoonosi.
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