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DERMATITE ATOPICA:
CLINICA E TERAPIA ALLA LUCE DELLA PATOGENESI
G. Girolomoni
, S. Pastore
Seconda Divisione di Dermatologia e Laboratorio di Immunologia
Istituto Dermopatico dell’Immacolata, IRCCS, Roma
La
dermatite atopica (DA) è una delle più comuni malattie infiammatorie della
cute. La prevalenza della malattia in età pediatrica varia dal 5 al 20%
nei paesi industrializzati (1). Una recente ricerca svolta
dall’Associazione Italiana Eczema Atopico ha mostrato una prevalenza
puntuale del 5% circa nei bambini di 9 anni, che sale al 15% se si
considera la prevalenza in tutta la durata di vita. La DA è di comune
osservazione anche in età adulta, anche se mancano dati epidemiologici
sulla reale prevalenza in questa età. La DA insorge più comunemente in età
infantile (< 2 anni) ed assume quasi sempre un andamento
cronico-recidivante. Le manifestazioni cutanee consistono in lesioni
eczematose che in fase acuta sono eritemato-essudative e in fase cronica
diventano eritemato-desquamative e lichenificate (Fig. 1 e 2).
Fig. 1
Dermatite atopica: lesioni eritemato-essudative al volto e lesioni
croniche lichenificate al collo
Il prurito
è un sintomo costante, talora molto intenso e devastante. Un’altra
caratteristica pressoché costante è la secchezza cutanea, che persiste
anche nei periodi di remissione infiammatoria. Buona parte dei soggetti
con DA sviluppa pure sintomi respiratori quali asma bronchiale e
rino-congiuntivite. La DA colpisce preferenzialmente alcune regioni
corporee, con una distribuzione che tende a modificarsi nel tempo (2). In
particolare, nel lattante interessa il volto, il cuoio capelluto, la zona
del pannolino e la superficie estensoria degli arti. Nell’infanzia e nella
giovinezza sono più colpiti il viso, il collo e le superfici flessorie
degli arti. Negli adulti, oltre queste sedi sono frequentemente
interessate le regioni periorifiziali.
Nella DA vi è un importante contributo ereditario come hanno
dimostrato diverse studi su famiglie e sui gemelli (3). Tuttavia le basi
genetiche della malattia sono ancora poco note. Alterazioni nei geni che
controllano le risposte immunitarie e la differenziazione dei linfociti T
sono state confermate in diversi studi e condivise dai pazienti affetti da
asma bronchiale o rino-congiuntivite. L’aumento della prevalenza delle
malattie atopiche nei paesi industrializzati è attribuito alla ridotta
esposizione ad agenti microbici (4). Infatti, la minore
esposizione ad agenti infettivi nelle fasi precoci della maturazione del
sistema immunitario potrebbe favorire, in soggetti geneticamente
predisposti, lo sviluppo di risposte Th2, che certamente sono implicate
nelle reazioni allergiche respiratorie e cutanee. Polimorfismi in vari
geni infiammatori sono stati riscontrati in pazienti affetti da DA in
alcuni studi ma non confermati in altri.
Recentemente è stato osservato che la DA e la psoriasi condividono
polimorfismi in alcune regioni cromosomiche, suggerendo che queste regioni
contengano geni che in qualche modo sono importanti nel modulare le
risposte immuno-flogistiche cutanee.
Una delle più tipiche caratteristiche dei pazienti con DA è la
secchezza cutanea. La xerosi è conseguente alle alterazioni della barriera
epidermica che, a loro volta, dipendono da un alterato metabolismo dei
lipidi nei cheratinociti. Una serie di studi condotti sia nell’uomo che in
modelli animali ha chiaramente dimostrato che le alterazioni della
barriera epidermica, oltre a causare l’aspetto secco e desquamante della
cute, sono di per sè causa di flogosi. Infatti i cheratinociti
incrementano la produzione di una serie di enzimi coinvolti nelle sintesi
lipidiche e di fattori di crescita autocrini che stimolano la
proliferazione cellulare, quali anfiregulina (AR), nerve growth factor
(NGF), transforming growth factor α (TGF-α), e granulocyte/macrophage
colony-stimulating factor (GM-CSF). In parallelo tuttavia, le cellule
epidermiche sintetizzano e rilasciano maggiori quantità di citochine e
chemochine, incluse interleuchina 1α (IL-1α), IL-1β, IL-6, tumor necrosis
factor (TNF-α), IL-8 e RANTES. IL-1e TNF-α sono in grado di stimolare
le sintesi lipidiche ma, insieme al GM-CSF e IL-8, sono pure potenti
induttori della flogosi (5, 6). Inoltre, le stesse citochine attivano i
mastociti che, a loro volta, rilasciano fattori pro-infiammatori. IL-1β,
TNF-α e GM-CSF sono importanti per la sopravvivenza e la maturazione delle
cellule di Langerhans (e delle cellule dendritiche in genere). Le cellule
dendritiche mature aumentano le capacità di attivare i linfociti T,
acquisiscono capacità migratorie, e, a loro volta, producono citochine
pro-infiammatorie e chemochine (RANTES, IP-10, IL-8, Mig). E’
comprensibile quindi che nella cute dei pazienti con DA si possano
instaurare facilmente dei circoli viziosi che favoriscono lo sviluppo e la
persistenza della flogosi, e delle reazioni allergiche. Queste
considerazioni spiegano perché la cute apparentemente sana dei pazienti
con DA mostra segni istologici di iperplasia epidermica e di flogosi, e
suggeriscono che approcci terapeutici in grado di ripristinare l’integrità
della barriera cutanea possano avere un significato preventivo e curativo
dell’infiammazione.
Fig. 2
Dermatite atopica: Istopatologia di lesione acuta con spongiosi
epidermica, esocitosi ed infiltrato linfo-monocitario nel derma
superficiale (A); Istopatologia di lesione cronica con iperplasia
epidermica, minima spongiosi ed infiltrato infiammatorio
nel derma
superficiale.
Tuttavia,
è verosimile che esistano altri meccanismi che fanno sì che la cute dei
pazienti con DA sia così suscettibile alle reazioni immuno-flogistiche e
prona alla loro cronicizzazione. Studi recenti hanno cercato di dare una
risposta a questo problema, dimostrando che i cheratinociti di pazienti
con DA tendono a produrre quantità esagerate di certe citochine
pro-infiammatorie (Thymic-stromal lymphopoietin, GM-CSF, TNF-α) (7, 8) e
chemochine (RANTES) (9, 10), probabilmente in conseguenza di un’alterata
attivazione di fattori di trascrizione che regolano l’espressione di
questi geni (6).
La tendenza dei cheratinociti atopici a produrre maggiori
quantità di fattori di crescita, chemochine e citochine assume particolare
rilevanza nel condizionare le attività delle cellule dendritiche, che sono
le principali cellule ad attivare i linfociti T (11). L’esame
istopatologico della cute lesionale di DA mostra un infiltrato
infiammatorio in cui predominano linfociti T attivati, cellule
monocito-macrofagiche e cellule dendritiche attivate. Le cellule
dendritiche presenti in queste lesioni sono particolarmente efficienti nel
presentare gli allergeni ai linfociti T specifici, dato che esprimono
sulla loro superficie livelli elevati dei recettori ad alta (FcεRI) e a
bassa (FcεRII) affinità per IgE. La conseguenza funzionale
dell’espressione dei recettori per IgE su un numero aumentato di cellule
deputate alla presentazione antigenica nella cute, è che la risposta dei
linfociti in situ a minime quantità di allergene risulta notevolmente
amplificata. Inoltre, mentre le lesioni acute della DA sono caratterizzate
dalla predominanza di citochine prodotte dai linfociti allergene-specifici
attivati di tipo Th2 (tra le quali IL-4, IL-5 e IL-13), le lesioni
croniche mostrano un importante presenza di linfociti Th1 in grado di
rilasciare IFN-γ (12). Le acquisizioni sul ruolo delle chemochine nel
reclutamento selettivo delle cellule infiammatorie stanno contribuendo a
una migliore comprensione degli articolati meccanismi molecolari e
cellulari implicati nell’insorgenza di questa patologia (11). Nella DA
acuta, i cheratinociti sono anche la sorgente più importante di macrophage
migration inhibitory factor (MIF), un fattore proteico la cui
concentrazione ematica riflette lo stato di attività della patologia.
Attraverso meccanismi non ancora identificati, MIF contribuisce allo
sbilanciamento in senso Th2, caratteristico della dermatite atopica.
Esperimenti di ibridizzazione in situ condotti sulla cute atopica hanno
inoltre dimostrato la comparsa nel derma di mRNA per RANTES e MCP-3 nelle
ore immediatamente successive all’iniezione intradermica dell’allergene
scatenante. Livelli elevati di proteina RANTES sono misurabili nelle
squame di cute lesionale e nel siero dei pazienti. Infine, i pazienti con
DA, ma non pazienti affetti da asma bronchiale, hanno varianti genetiche
nella regione promotrice del gene per RANTES che condizionano un’esagerata
attività trascrizionale, e quindi un’aumentata produzione della chemochina
stessa. Se RANTES è uno dei più potenti chemoattrattori per eosinofili e
linfociti T, MCP-3 risulta implicato nell’attrazione di cellule
dendritiche, macrofagi e linfociti T. Ancora, è stato dimostrato che
l’IL-4, una delle citochine predominanti nella cute atopica infiammata, è
stimolo efficace per indurre la produzione di eotassina e MCP-4 da parte
dei fibroblasti del derma, e queste molecole rappresentano potenti
chemochine verso gli eosinofili (5). La cute lesionale di dermatite
atopica esprime livelli elevati del recettore CCR3: molte popolazioni
fortemente rappresentate nella lesione atopica, tra le quali le cellule
Th2 e gli eosinofili, esprimono CCR3 sulla loro superficie. Questo è il
recettore per chemochine come eotassina, RANTES, MCP-3 ed MCP-4, i cui
livelli di espressione sono significativamente aumentati nella lesione
atopica (5). Partendo da queste osservazioni, si può ipotizzare che
l’impiego di antagonisti di RANTES o di MCP-3/4 (o dei rispettivi
recettori) possano rappresentare una terapia efficace nella dermatite
atopica. Inoltre, un ambiente citochinico prevalentemente Th2 per presenza
di elevati livelli di IL-4 e IL-13 come è quello della cute atopica,
favorisce l’espressione dei recettori CXCR1 e CXCR2 sulle cellule
dendritiche e monociti presenti nel distretto interessato, e pertanto
rende queste cellule sensibili all’attivazione da parte del loro ligando
naturale, l’IL-8, la cui espressione tende ad aumentare nella cute
lesionale (11). Recentemente è stata identificata una nuova chemochina
della famiglia CC, denominata CTACK (CCL27), e i cheratinociti sono
risultati essere ottimi produttori di questa sostanza. CTACK è in grado di
attirare preferenzialmente linfociti T memoria che esprimono il cutaneous
lymphocyte antigen (CLA), e che pertanto tendono a ricircolare
preferenzialmente nella cute (11). Si può pensare che questa chemochina
abbia un ruolo di rilievo nella immunopatogenesi della dermatite atopica,
dato che i linfociti CLA positivi rappresentano l’80-90% dell’infiltrato T
cellulare della cute lesionale, e che le risposte specifiche agli
allergeni sono mediate da questi linfociti. Le cellule T presenti nella DA
esprimono pure il recettore CCR4 su cui agisce due chemochine, MDC e TARC,
che sono prodotte primariamente dalle cellule dendritiche (13). TARC è
inoltre espresso dalle cellule endoteliali e favorisce l’arresto dei
linfociti T nei microvasi cutanei.
Le conoscenze sui fattori predisponenti e sui meccanismi
patogenetici della DA hanno importanti implicazioni sulla prevenzione e la
terapia della malattia (1, 2). L’esposizione precoce a surrogati di
prodotti batterici potrebbe ridurre la probabilità di sviluppare risposte
Th2 e IgE-mediate. L’allattamento al seno, ancorché assai importante per
una serie di motivi, non sembra ridurre la probabilità di sviluppare la
DA. Una riduzione drastica dell’esposizione domestica al Dermatophagoides
pteronyssinus attraverso l’uso di coprimaterassi e copricuscini sintetici
è una misura efficace nel prevenire le riaccensioni della malattia nei
soggetti adulti. In casi selezionati, intervenire sul P. orbicolare può
ridurre le recidive della DA in pazienti adulti. Al contrario dell’atopia
respiratoria, la terapia iposensibilizzante non sembra efficace nei
pazienti con DA, anche se mancano studi recenti su larga scala
La terapia della DA si basa su un corretto uso di vari farmaci
anti-infiammatori (1, 2). L’impiego costante di emollienti e di
detergenti delicati rappresenta un presidio fondamentale per le ragioni
esposte sopra. Le forme limitate di malattia si avvalgono dell’uso di
corticosteroidi topici per brevi periodi. Recentemente sono stati
introdotti farmaci anti-infiammatori topici, quali il tacrolimus ed il
pimecrolimus, che offrono il vantaggio di non avere gli effetti
collaterali (soprattutto atrofia cutanea, angiectasie) dei cortisonici. La
fototerapia è vantaggiosa in varie modalità nella DA, soprattutto gli UVB
a banda stretta e gli UVA-1, i quali possono essere impiegati anche in età
pediatrica e non comportano il rischio di effetti collaterali rilevanti.
La forme più gravi della DA richiedono l’impiego di terapie sistemiche
quali i corticosteroidi sistemici, l’azatioprina e la ciclosporina.
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